C'era una volta...




Il carro stregato


Risalire la val Mara dopo il crepuscolo, specie nelle sere senza luna, è andare a caccia di guai. Se il cavallante lo sa, perché si mette in cammino sotto un cielo cupo e privo di stelle, ad un'ora così tarda, per giunta? È stato fino a Como e le bestie sono stanche; sostare una notte a Maroggia non costa gran che; lo ha sempre fatto anzi, rimanendo volentieri a giocare all'osteria e dormendo poi in un fienile. Chi fa il corriere conosce tutti, lungo la strada, e siccome per il mestiere la giovialità è indispensabile, un bicchier di vino per la sete, una stalla per i cavalli, un fienile per sé, lo trova sempre. Viene dal girare molto l'allegria, e chi sa tenere un discorso brillante è ognora il benvenuto.
Stavolta però di star fuori la notte il cavallante non ne vuol sapere; da poco si è sposato, la sua donna l'attende ad Arogno e ben vale correre qualche rischio per dormirle vicino, tanto più che contro le Streghe sotto l'assale del carro sta appeso un mazzo d'erisamo.
Con il carro, da Maroggia ad Arogno ci vuol poco più di un'ora; fino agli Albicci tutto va bene, benché la strada sia in forte salita, ma entrato nel bosco detto Roveredo perché ricco di querce, le cose si complicano.
Il giovane è d'intuito pronto; non occorre però molto acume per avvedersi che le sorprese cominciano e bisogna stare guardinghi.
I cavalli nitriscono spaventati, si irrigidiscono puntando le zampe davanti e ostinandosi a non muovere un passo, malgrado l'invito della voce e lo sprone della frusta fatta sibilare nell'aria.
L'uomo scende, sempre tenendo la frusta in mano guarda sulla strada, vede una macchia nera dinanzi alle bestie - per questo si sono fermate - gira la frusta e con il manico mena un colpo a tutta forza. La macchia nera d'un balzo schizza nel bosco: un rospo così grande non l'ha mai visto.
Risalito a cassetta dà la voce ai cavalli che ripartono, ma per quanto li inciti e s'affannino a tirare, il carro va a passo di lumaca, come se fosse carico di sassi. Grida, urla, pesta, finalmente il giovane mette per caso la mano sulla manovella dei freni e s'accorge che qualcuno li ha bloccati.
«Povere bestie, avevate ragione» dice ai cavalli, e si rallegra perché con la strada pianeggiante e l'andatura normale, in meno di mezz'ora sarà a casa. Il paese non è più lontano; sente battere le ore da uno a dodici: è mezzanotte.
I cavalli si impennano infuriati: tiene salde le redini in pugno e le tira, dà i comandi, schiocca la frusta, finalmente si quietano e sulla sinistra della strada scorge una vecchietta.
«Posso salire vicino a te?» gli domanda.
«Dove vuoi andare?» chiede il giovane intuendo di che si tratta.
«Dove può far piacere a me e a te...».
«Brutta Strega!» grida; le appioppa una frustata violenta tra capo e collo e quella scompare.
Ora il carro va veloce, le bestie trottano, presto sarà a casa sano e salvo tra le braccia della sposa, e s'accorge che il carro corre troppo, il freno a nulla serve, i cavalli non gli ubbidiscono, a casa non arriverà mai, la sua donna non la vedrà più...
Chissà dove lo porteranno le bestie che non riconoscono la sua voce; in qual posto la strada conduca non lo sa, i luoghi gli paiono ignoti, l'aria è di carbone.
Tutta la notte i cavalli vanno al trotto, tutta la notte il carro corre; madido di sudore freddo è il giovane, gli occhi gli bruciano a furia di scrutare nel buio, il cervello gli dolora per l'intenso pensiero, il cuore gli fa male al ricordo dell'affettuosa donna che lo aspetta. Non c'è via di scampo, non c'è più speranza...
Ma anche la notte ad un certo momento deve finire. Il cielo si schiara appena appena, il gallo se ne accorge e canta, l'incantesimo si scioglie, ed egli si trova sui dirupi della Costa di Creccio. Precipiterebbe nell'abisso se il mazzo secco di erisamo appeso all'assale, impigliato nel pedale di un faggio, non sostenesse lui, cavalli e carro.

Aurelio Garobbio, in: Il Meraviglioso. Leggende, fiabe e favole ticinesi, vol.3, ed. Dadò, Locarno, 1992









Il pellegrino di Arogno


Una notte, un pellegrino di Arogno reduce da Roma, risalendo la strada mulattiera della sua valle, sentì lo strepito delle streghe, misto a un batter di latte e a uno scuoter di campanacci.
Impavido e armato solo della sua fede, il pellegrino diresse i suoi passi verso quel baccano infernale.
Quando fu vicino alle streghe, vide ch'esse facevan tregenda attorno a un gran fuoco.
Egli alzò con la mano destra un crocifisso d'avorio, che aveva portato dalla città eterna, e gridò loro:
«Sciagurate! Maledette! Che codesto fuoco, cui fate ridda, vi arda tutte!»
Non aveva ancor pronunciata l'ultima parola, che le streghe emisero un ululato formidabile e di concerto sospinsero il loro fuoco diabolico contro colui che aveva osato sfidarle.
Le fiamme s'appiccarono al pellegrino, che restò carbonizzato.
Testimoni della straziante scena, le rocce del Generoso sentirono in sè un brivido di commozione e vollero tramandare ai posteri il ricordo di quell'infelice.
Con la stessa arte, onde s'erano foggiati i loro torrioni, esse plasmarono la statua del pellegrino, il quale sta scolpito nella pietra e dall'alto riguarda e sembra proteggere il suo diletto Arogno.

Virgilio Chiesa, L'anima del villaggio,collezione «Terra Nostra», Arti Grafiche, Lugano, 1934












Zarina Armari e Renato Quadroni pegasus.lit@bluewin.ch





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